lunedì 18 febbraio 2013

Quanto amore (prezzolato) sei..


Ok. Pregasi riempire la lista con i soliti insulti a piacere post risultato negativo.
Facciamo cagare.
Tutti idioti.
Allenatore che non ci capisce un cazzo.

Nulla di nuovo sul fronte occidentale, quando si perde.
Facendo onestamente una non bella figura - per non dire schifo (faccio timidamente notare che in punti sottrattici e regalati ad altri stanno pesando. Oh, se stanno pesando. In un campionato mediocre come questo sono macigni. E guardatevi la media/punti di qualcuno pre e post candidatura. Così, per fare del folklore).

Dicevo.. Un favoloso crescendo sado-maso in cui ci si fa forza l’un l’altro, trainati dagli arruffapopolo specialzzati in tafazzismo.
Un momento meraviglioso di comunione di intenti, in cui tutti diventano contabili, dirigenti, allenatori e (perchè no?) anche giocatori.
Il tutto con le chiappe al caldo.

Questo, naturalmente, è il solito post di televatuttobene, comizio sponsorizzato da FC Internazionale.
Mi pagano un tanto di ottimismo al chilo. Tant’è che mi ci sto pagando il mutuo e le rate della macchina. Mercedes, mica bruscolini.



Siccome è la settimana del derby che siamo destinati a perdere, al quale arriviamo senza speranze, volevo fare un’altra digressione sul perchè IO sono interista.

Io.
Non voi.
Non altri.
Io.

Da quando sono interista?
Non lo so.
Ricordo però la mia prima bandierina: senza lo scudetto del 1980, quello di Bersellini per intenderci.
Il mio interismo si manifestò li la prima volta.
Santuario di Caravaggio.
Una piccola, noiosa, Baderla insiste per avere una bandiera.
Papà e mamma cedono.
Il venditore mi piazza in mano una bandierina del milan: la guardo, la sventolo e poi – con espressione schifata – dichiaro: “No! Voglio quella li nera e blu”.

E poi a scuola. Domandone classico “per che squadra tenete?”. Tutti in coro “milan”. Io, con la mia vocetta saccente: “INTER”.
Elementari durante le quali vedevi svanire le grandi Inter dell’estate mentre dall’altra parte iniziavano a vincere. E tu in un angolino, ma sempre fiera dei tuoi colori.
E poi inizia il mostruoso periodo berlusconiano con tanto di gita scolastica a milanello con loro che vincevano e tu che incassavi da poco ad un cazzo. Scudetto dei record a parte.

Ho pianto quando abbiamo vinto la Coppa Uefa.
Ho passato la notte a singhiozzare quando l’abbiamo persa ai rigori con lo Schalke.
Ma sempre fiera dei miei colori.
Mai sono riuscita a denigrarli.
Non ce la faccio, è più forte di me.
Le cose vanno male? Non faccio la contabile, non faccio il DS, non faccio l’allenatore. Specialmente non lo faccio col culo al caldo.
Non mi viene.
Un amore totalmente irrazionale.
Cieco forse. Ma amore incondizionato.
E sarà un retaggio del lavoro o della mia forma mentis di piccola odiosa secchiona intellettualle ma NON SOPPORTO le critiche fini a se stesse.


Sarà che ho la brutta abitudine di pensare che per giudicare bisogna avere in mano tutti gli elementi. O sarà perchè mi è capitato di trovarmici, in situazioni difficili, avendo a che fare con personcine tutt’altro che semplici. E ho visto che dalla scrivania era facile parlare. In trincea diventava meno scontato.

Probabilmente è l’unica cosa sulla quale sono tollerante.
Troppo comodo dire “no” senza proporre una alternativa.
Troppo facile dire “non va bene” e, alla domanda “ok, tu cosa proporresti?” in concreto – dico – non ragionando di massimi sistemi la risposta non può essere “questo non spetta a me dirlo, non sono un DS”.
Ma come? Spali merda sul lavoro altrui e poi non sei in grado di formulare una proposta alternativa?
Personalmente, quando critico negativamente, cerco anche di dare una mia impostazione, un suggerimento.
Senza sparate a zero, certa che tanto - tra una settimana - tutti se ne sono dimenticati e posso tranquillamente sostenere il contrario.

Tanto è vero – per inciso – che sul basket sono molto più severa.
Ovviamente perchè Armani non mi veste gratis.

Tifare non l’ha prescritto il dottore.
Se crea così tanti problemi, scompensi, crisi esistenziali che sfociano nel masochismo se ne può anche fare a meno.
Il tifo è passione. Amore incondizionato.
Il famoso “finchè morte non ci separi” che contempla il supporto soprattutto nei momenti difficili. Anche quando le cose vanno male. Anche quando ci sono errori. Anche quando sembra tutto un dramma.
Una volta, il riscatto sociale lo si otteneva con il matrimonio. Oggi sembra che questo ruolo sia svolto dalla squadra di calcio per la quale si tifa.
Non fa per me (ME. E' chiaro? ME).

E poi, la strana etimologia della parola tifo, a seconda delle latitudini.
In italiano si parla di “tifo”, una malattia.
In inglese tifare si dice “support”.
To support: sostenere, appoggiare.



Ecco.
Io la vedo così.
Non va bene una fava. E' ovvio. Lo vedrebbe pure un cieco.
Sul momento mi incazzo a bestia ma poi.. Passa.
Come quando ami qualcuno. Ti odio e poi ti amo, poi ti amo, poi ti odio e poi ti amo, diceva Mina.
Ecco. Io l'Inter la amo così.
E’ un problema?
Pazienza.













Sopravviverò al dolore della pubblica disapprovazione..

Però attenzione.. Perchè non so dove, non so come, non so quando ma vi aspetto al varco.